Il richiamo che funziona (senza rincorrere il cane)

Il richiamo è, in un certo senso, l’altra metà della passeggiata. Se il guinzaglio governa i momenti di vicinanza, il richiamo è ciò che permette di allentarlo: è il momento in cui ci si fida di lasciar andare il cane, sapendo che tornerà. Quando funziona, è libertà per lui e tranquillità per noi; quando non funziona, diventa una piccola ansia a ogni uscita e, nei posti sbagliati, una vera questione di sicurezza. Conviene allora capire perché tanti cani “non tornano”, prima ancora di chiedersi come insegnarglielo.

Perché un cane non torna quando lo chiami

Le ragioni, di solito, sono quattro, e nessuna ha a che fare con la testardaggine.

La prima, la più frequente, è che il richiamo non è mai stato costruito davvero. Lo si è dato per scontato — un “vieni” ripetuto fin da cucciolo — senza che il cane abbia mai imparato con chiarezza che cosa significhi quella parola e, soprattutto, che cosa gli convenga fare quando la sente. Un richiamo che non è stato insegnato non è un richiamo: è soltanto un suono familiare.

La seconda è che, in quel preciso istante, il mondo vale più di noi. Un odore intenso, un altro cane, uno scoiattolo che attraversa: il richiamo compete sempre con ciò che il cane sta facendo, e se tornare gli rende meno di quello che lascia, perde. Non è disobbedienza, è una semplice questione di convenienza.

La terza è che il richiamo è stato, senza accorgersene, svuotato o rovinato. Lo si è ripetuto a vuoto tante volte — “vieni, vieni, vieni” mentre il cane annusava indisturbato — finché è diventato un rumore di fondo; oppure lo si è usato sempre per mettere fine al bello, chiamandolo solo per rimettere il guinzaglio, tornare a casa, fare il bagno. Così il cane impara che “vieni” significa “il divertimento è finito”, e si regola di conseguenza.

La quarta, la più sottile, è che tornare è stato associato a qualcosa di spiacevole. Il caso classico: il cane si attarda, torna con comodo e, appena arriva, viene sgridato per averci messo troppo. Dal suo punto di vista non è stato rimproverato per il ritardo, ma per essere tornato — e la volta dopo ci penserà due volte.

La regola che tiene insieme tutto: tornare deve convenire

Da queste quattro ragioni discende un unico principio, ed è l’esatto contrario dell’idea che il richiamo si ottenga con l’autorità. Un cane torna in modo affidabile quando tornare è, per lui, la scelta più conveniente che ci sia — più interessante dell’odore, del gioco, dell’altro cane. Il richiamo solido non è un ordine a cui si ubbidisce per dovere, ma un’abitudine costruita su una promessa mantenuta ogni volta: tornare vale sempre la pena. È un lavoro paziente di associazione, fatto di premi che contano davvero per quel cane — il bocconcino speciale, il gioco preferito, una festa sincera — e non è un caso che si costruisca meglio da cuccioli, quando ancora non hanno scoperto che il mondo, là fuori, può essere più allettante di noi.

Una precisazione, per sciogliere un equivoco diffuso: il richiamo non si costruisce con la paura. Gli strumenti che agiscono per scossa o costrizione producono al massimo un cane che torna perché teme di non farlo — un richiamo fragile, che si sgretola appena lo strumento non c’è. Le ragioni le abbiamo spiegate parlando del cane che tira al guinzaglio: valgono identiche anche qui.

Gli errori che lo rovinano

Quasi tutti i richiami che “non funzionano” sono stati indeboliti da alcune abitudini molto comuni, che conviene riconoscere proprio per evitarle.

Chiamare il cane soltanto per cose che non gli piacciono — la fine del gioco, il guinzaglio, il bagno — gli insegna che il richiamo è una brutta notizia. Il rimedio è semplice: per ogni volta che lo si chiama “sul serio”, lo si chiama molte altre volte solo per premiarlo e lasciarlo subito tornare a giocare, così che “vieni” resti una parola lieta.

Ripetere il richiamo a raffica lo svaluta: alla decima volta è diventato un suono senza peso. Meglio chiamarlo una volta sola, con convinzione, avendo già pronto qualcosa che valga il suo ritorno.

Sgridare il cane quando torna — anche se ci ha messo troppo, anche se ha combinato qualcosa — gli insegna soltanto che tornare è stato un errore: la volta dopo tornerà ancora più malvolentieri. Il ritorno va sempre accolto bene, qualunque cosa sia accaduta prima.

E poi c’è l’errore istintivo per eccellenza: rincorrere il cane che si allontana. Per lui diventa il gioco più bello del mondo — chi corre più veloce — e gli insegna esattamente l’opposto di ciò che vogliamo. Funziona molto meglio il contrario: allontanarsi, accovacciarsi, fingere interesse per qualcosa a terra, e lasciare che sia la curiosità a riportarlo indietro.

Cominciare da dove è facile

Come per la passeggiata al guinzaglio, anche il richiamo si costruisce per gradi. Si parte dove non c’è quasi nulla a distrarre — in casa, in giardino — dove tornare è la cosa più ovvia del mondo, e si premia con generosità. Solo quando lì è saldo si aggiunge, un poco alla volta, difficoltà: più distanza, qualche distrazione, ambienti via via più ricchi. In mezzo, il guinzaglio lungo è un ottimo ponte: concede al cane un margine di libertà reale lasciando a noi la possibilità di gestire la situazione, e di non “perdere” mai un richiamo. Perché ogni richiamo a cui il cane non risponde è, in fondo, un piccolo passo indietro: meglio non chiederlo finché non siamo ragionevolmente sicuri che arriverà.

Sulla libertà vera, quella senza guinzaglio, una sola raccomandazione di buon senso: si concede quando il richiamo è davvero solido, e nei luoghi in cui un errore non si paga caro — mai prima, e mai dove intorno c’è una strada.

Domande frequenti

Perché il mio cane non torna quando lo chiamo?

Quasi sempre per una di queste ragioni: il richiamo non è mai stato insegnato davvero, in quel momento l’ambiente è più interessante di te, oppure la parola è stata svuotata a furia di ripeterla o di usarla solo per far finire il bello. Raramente è testardaggine: quasi sempre è che tornare, lì, non gli conviene abbastanza.

Posso sgridarlo se torna dopo un po’?

No, mai. Il cane non collega la sgridata al ritardo, ma al fatto di essere tornato: lo sgridi e gli insegni che tornare è una cattiva idea. Il ritorno va sempre accolto bene, anche quando ti ha fatto perdere la pazienza.

Cosa faccio se si allontana e non torna?

Non rincorrerlo: per lui diventa un gioco. Meglio chiamarlo una volta in tono allegro e poi allontanarsi, accovacciarsi o fingere di aver trovato qualcosa di interessante: il più delle volte è la curiosità a riportarlo indietro. E nel frattempo, finché il richiamo non è solido, il guinzaglio lungo evita di trovarsi in questa situazione.

Da che età si insegna il richiamo?

Il prima possibile, da cucciolo, quando il cane è naturalmente più portato a restarci vicino: è il momento d’oro per costruire una buona abitudine. Ma non è mai troppo tardi — anche un cane adulto impara, con un po’ più di pazienza. È uno dei lavori della puppy class.

Quante volte devo ripetere il richiamo?

Una sola. Se lo ripeti a raffica gli insegni che può ignorarti fino alla decima chiamata. Si chiama una volta, con convinzione, avendo già pronto qualcosa che renda conveniente il ritorno.

Il richiamo “funzionava”, ora non più: perché?

Di solito perché è stato chiesto troppo presto in contesti troppo difficili, oppure perché col tempo tornare ha smesso di convenire — sempre chiamato per finire il gioco, mai premiato davvero. Si torna indietro di un gradino, si ricostruisce il valore del ritorno e si risale più piano.

In sintesi

Un cane non torna non perché è disobbediente, ma perché in quel momento tornare non gli conviene abbastanza — spesso perché il richiamo non è mai stato costruito davvero, o è stato svuotato senza volerlo. Lo si può però ricominciare daccapo a qualsiasi età: rendere il ritorno la cosa più conveniente che esista, non chiamarlo mai soltanto per il bello che finisce, non sgridarlo quando arriva, non rincorrerlo quando si allontana, e salire di difficoltà un gradino alla volta.

Il resto — il tempismo del premio, come e quando alzare la difficoltà, come trasformare il guinzaglio lungo in libertà vera — è il come, calato sul singolo cane e sulla sua storia: è il lavoro che facciamo insieme nell’educazione di base. Per farsi prima un’idea del metodo, il webinar gratuito è un buon punto di partenza. E se sei arrivato qui dal cane che tira al guinzaglio, adesso hai le due metà della stessa passeggiata: il guinzaglio che non strappa e la libertà che, quando la chiami, torna.

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