Il tuo cane ti guarda. Poi guarda la ciotola. Poi di nuovo te. Quella sequenza non è distrazione: è una delle cose più raffinate che i cani abbiano imparato a fare con noi.
Cosa dice la scienza
Quando un cane non arriva a qualcosa, il gioco finito sotto il divano, il barattolo dei premi su una mensola alta, non si limita ad abbaiare verso l’oggetto. Costruisce una sequenza precisa: guarda te, guarda la cosa, torna a guardare te. Gli etologi la chiamano alternanza dello sguardo, e negli studi compare soltanto quando ci sono tutti e due, la persona e l’oggetto.
Se ne manca uno, la sequenza sparisce. Dentro c’è parecchio. Il cane deve sapere che tu esisti come interlocutore, non come un mobile della stanza.
Deve intuire che il tuo sguardo si può spostare. E deve regolarsi su come rispondi. Ed è qui che comincia il bello.
Perché una volta imparato, questo capolavoro di comunicazione lo applicano anche a cose che non lo meritano. Sguardo alla ciotola alle sette di sera. Cena alle otto.
Perché conta nella vita col tuo cane
Tutti i giorni. Se non basta, si aggiunge il sospiro. Poi lo spostamento di venti centimetri, per entrare meglio nel tuo campo visivo.
E tu che cedi. Succede, capita anche a me. Nei bambini una cosa simile compare verso l’anno di vita.
Nel cane è arrivata per un’altra strada, quella dei millenni passati accanto a noi. E funziona meglio con chi conosce bene, perché è un linguaggio che si costruisce nel tempo.
Un linguaggio che pochissime specie hanno.
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